TONINO LORIS PAROLI A LIBRI AD ALTA VOCE

Giovedì’ 13 ottobre alle 21.00 al Centro sociale Rosta Nuova Tonino Loris Paroli, Romano Giuffrida e Giovanna Panigadi, Leggeranno brani dalla loro opera “Andate e Ritorni” con la musica dal vivo di Riccardo Sgavetti.

DALLA PREFAZIONE DI RENATO CURCIO A “ANDATE E RITORNI” DI TONINO LORIS PAROLI

1. È una parola che non mi piace, prefazione. Quel “dire prima”, quasi per preparare il lettore a ciò che nelle pagine successive lo aspetta; per attutire il colpo, fornirgli la chiave, attrezzargli in qualche modo il percorso. Anche un altro modo di anteporsi al dire degli autori mi ha sempre lievemente indispettito: quello che si riassume nella frase “È un’opera affascinante, ve la raccomando”. Qui, chi firma, s’immagina d’essere il Padreterno. Prende sotto braccio autore e lettore, e li sistema sotto la sua ala, dentro il suo giudizio. Se l’Opera non piacerà sarà soltanto perché chi la legge non ne è all’altezza. Non parliamo poi della variante maliziosa: “Quest’opera potrebbe essere affascinante se …”. Chi scrive, in questo caso, dichiara apertamente di sapere “cosa manca” o “cosa non ci dovrebbe essere”, il giusto e l’errato. Delle prefazioni politiche, non ne voglio neppure parlare. Qui è soltanto “la linea” che viene avallata e, proprio la firma dell’avallatore, dovrebbe comprovarlo.
Perche allora mi sono lasciato convincere a scrivere una prefazione? Per affetto. Mi e stato chiesto, e l’amicizia che mi lega a Tonino, Giovanna e Romano mi ha indotto a dire “ma si, ci provo”. Dire “no”, ho pensato, sarebbe stato come chiudere una porta. E quando non ci sono consistenti motivi, le porte, io credo, è sempre meglio tenerle bene aperte, spalancarle. Soprattutto le porte del cuore così spesso maltrattate in questi tempi freddi.
Con Tonino l’amicizia è di lunga data. Affonda negli anni splendenti dei grandi movimenti che offrirono a questo Paese 1′opportunità di liberarsi dalle pesanti eredità giuridiche, culturali e di “mentalità corrente” lasciate sul terreno, come bombe a tempo, dal fascismo. Il ’45 era passato da vent’anni ma, alla fine degli anni 60, chi gestiva le università ragionava ancora sulla base della Legge Gentile, chi gestiva le carceri manteneva in auge il Regolamento del 1931, nelle aule di giustizia i conti si facevano sulla base del Codice Rocco, e nelle fabbriche come nei campi “la ricostruzione” era pesata tutta, come prima, sulle spalle degli operai e dei contadini. Tonino, allora, era un operaio della Lombardini, una grande fabbrica metalmeccanica di Reggio Emilia mentre io studiavo a Trento nella prima Università italiana dedicata alla sociologia. Lui lottava con il movimento operaio, io con quello studentesco. E poichè, allora, molti sentivano la necessità di scambiarsi esperienze, uscire dalle separazioni e dai ruoli, raccontare quanto si stava facendo e trovare conferme alle proprie speranze, ci volle poco perché ci incontrassimo in molte infuocate assemblee.
Giovanna e Romano sono, invece, amici conosciuti in tempi più recenti. Dopo i movimenti degli anni ’60, e qualche anno di esperienza armata per contrastare l’oscura reazione ehe si era abbattuta su questo Paese con la strategia della tensione, le sparatorie di polizia e carabinieri contro chi portava in piazza le sue ragioni, la bomba di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, i ricorrenti e sotterranei tentativi di allestire prospettive golpiste, per me c’era stato un lungo viaggio nelle carceri italiane che, nel 1993, si era parzialmente attenuato con l’uscita in semilibertà e la nascita di “Sensibili alle foglie”. E proprio questa esperienza di lavoro e cultura, nella quale fin dall’inizio ho riversato con gioia il mio impegno, è stata l’occasione d’incontro con “qualcosa di nuovo” che si stava muovendo nella società italiana: la Mutua Auto Gestione di Reggio Emilia, un’esperienza basilare della finanza critica. L’incontro con la MAG di Reggio Emilia, a cui Sensibili alle foglie si rivolse per chiedere il finanziamento di un progetto culturale, si rivelò assai più di un incontro con persone attente, curiose, non accecate dagli stereotipi stigmatizzanti che per anni (e purtroppo in modo consistente ancora oggi), ci avevano “straparlato”. Con molti dei suoi associati, infatti, l’evoluzione del rapporto prese anche la strada dell’amicizia. E così avvenne con Giovanna e Romano.
Questo per dire ehe anche il modo e il tempo in cui i rapporti di amicizia vengono istituiti può rivelarsi un indicatore interessante di processi entro i quali, gli amici, paiono incontrarsi sullo sfondo di contesti assai più ampi. Come ho cercato di mostrare, dietro i rapporti di amicizia con Tonino, Giovanna e Romano, si stagliano infatti potenti forze sociali di trasformazione che hanno mosso donne e uomini, in epoche diverse, verso potenziali appuntamenti non calcolati né programmati. Perciò, devo dire che mi considero piuttosto fortunato per questi incontri che la sorte ha propiziato e che le persone incontrate hanno disegnato e scolpito in fiori d’amicizia.
2. Fin qui vi ho detto qualcosa sul mio rapporto con i tre amici autori ma, visto che da essi mi viene l’invito a scrivere qualcosa anche su ciò che hanno fatto, ne approfitto per aggiungere qualche considerazione sul rapporto tra il libro che ci propongono e l’attenzione corrente sulle vicende a cui si sono interessati. Ciò che essi hanno fatto nel libro che, nonostante questa prefazione, spero leggerete, è presto detto: un dialogo. Essi hanno aperto un dialogo tra di loro su alcuni processi di trasformazione sociale, culturale e politica che hanno caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni del ’900. L’attenzione culturale corrente, sul periodo di cui Tonino, Giovanna e Romano s’interessano nel loro dialogo, si manifesta invece sotto un’altra forma del discorso: il monologo. Sugli anni ’70 e ’80 in particolare, fatti salvi i grandi anniversari che l’industria culturale standardizzata ha festeggiato per diversificare ogni tanto le sue monotone vetrine, si è parlato soltanto a senso unico. Per dirne tutto il male possibile, per sputare sentenze, ribadire stereotipi, masticare misteri. La misteriologia, in particolare, si e venuta affermando come un genere letterario in gran voga anche tra molti reduci di quelle vicende e gli editori più scaltri ci hanno messo poco a farla galoppare sui cavalli truccati del gossip nazionale.
Peccato! Di un’elaborazione dialogica di anni così complicati ce ne sarebbe un gran bisogno per tutti. Per i sapientoni come per i sapientini, per le persone comuni come per quelle che si vorrebbero seppellite già in vita sotto il macigno di un noto stigma che preferisco lasciarvi immaginare. Molto di quegli anni lavora ancora dentro molti di noi come un “dolore inascoltato”, e la censura politica non sembra, almeno a me, una strategia lungimirante e brillante. Perchè aspettare che la terra si riprenda quei protagonisti, tra i vincitori, che in forza dell’età si stanno avviando alle soglie del Paradiso? Certo il padreterno, nella sua infinita bontà, troverà il modo di accoglierli a braccia aperte. Ma che fine faranno le parole che avremmo voluto sentire ma che non hanno mai dette? Perchè lasciare che qui in terra trattamenti giudiziari discriminati spartiscano i vinti in fortunati, sfortunati, esuli e galeotti?
Con un po’ di buona volontà, una maggior misura e un pizzico d’intelligenza ­ che nella soluzione dei conflitti mai non guasta ­ si potrebbe fare di meglio. E perciò mi auguro e auguro a tutti voi che l’esempio dialogico offertoci da Tonino, Giovanna e Romano diventi contagioso. Che, sul loro esempio, si cominci a parlare di tante storie personali e collettive, ammirate o riprovate, col distacco e la semplicità di chi, non avendo niente da difendere, non teme il confronto critico, non ha paura di nuocere dicendo, non porta nel cuore l’ombra e il ricatto di un’appartenenza. Forse questo augurio è poco realistico, figlio, ancora una volta, dell’utopia. Ma mai come in questi tempi, fatti a misura dei centri commerciali, di utopia c’è bisogno. Per uscire dal silenzio, dalla solitudine, dal pensiero a reti unificate, dall’incapacità di credere ancora che oltre a tutto ciò, oltre a questo modo di sopravvivere, ci sia dell’altro. Dell’Altro che vale la pena di scoprire. (Renato Curcio)

 

 

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