Una intervista a Daniele Benati

Daniele BenatiIn attesa di vederlo recitare il monologo di Raffaello Baldini (accompagnato dalla musica di Mario Nobile) il 20 gennaio al centro sociale Rosta Nuova di Reggio Emilia alle 21 alla serata di libri ad alta voce che inaugurerà la rassegna del 2011, Daniele Benati ci ha concesso una piccola intervista. Vi aspettiamo tutti numerosi per questo fantastico evento.

Leggerai alla serata di libri ad alta voce un monologo di Raffaello Baldini. Puoi parlarci di lui, del rapporto che hai avuto con lui e la sua scrittura?

Baldini l’ho conosciuto una quindicina d’anni fa. Allora io insegnavo in America, a Boston, e avevo letto i suoi primi due libri, che mi erano piaciuti moltissimo. Proprio in quel periodo, per motivi che non sto a spiegare, ho avuto l’occasione di parlargli al telefono, e da quella telefonata è nata un’amicizia che poi è proseguita per anni. Ogni tanto, quando ero in Italia, lo andavo a trovare a Milano,a volte solo, a volte con amici scrittori, come Celati e Cavazzoni, che avevano per lui la stessa ammirazione che avevo io. Era una persona raffinata, molto colta, con una grande passione per la musica classica. La cosa straordinaria era la sua parlata, con quello spiccato accento romagnolo che ti metteva subito a tuo agio.

Per quanto riguarda la sua poesia, credo che rappresenti uno dei vertici della poesia italiana del Novecento. Ma il complimento più bello, penso che Baldini lo abbia ricevuto da una signora piuttosto anziana che una sera, dopo che Baldini aveva letto in pubblico, gli si era avvicinata e gli aveva detto: “Mi son piaciuti moltissimo, sa, i suoi testi; non sembrano neanche poesie.” Ed è vero, perché le poesie di Baldini somigliano di più a sfoghi umorali, parlate sconnesse, frasi che si rompono e si sovrappongono. Poi però, se si va a controllare da vicino, ci si accorge che ogni suo testo è scritto secondo una metrica perfetta. E questo suo senso del ritmo è un prezioso insegnamento anche per chi scrive prosa, anzi dovrebbe esserlo soprattutto per chi scrive prosa. Vedere come riesce a costruire le frasi senza offrire una versione mimetica dell’oralità ma ricreando dal nulla gli effetti del parlato.

Hai curato l’edizione americana di “carta canta”. I passaggi linguistici sono tanti. Deve essere stato molto difficile, oppure no?

La traduzione dell’opera teatrale è stata fatta da Adria Bernardi, che recentemente è riuscita a pubblicare a New York un grosso volume contenente l’intera opera di Baldini, un riconoscimento, questo, che solo in pochi hanno ricevuto. Di Carta Canta io ho fatto più che altro un lavoro di revisione, aiutando la traduttrice a cogliere quegli elementi linguistici che potevano anche non essere tradotti e che nel dialetto hanno funzione di riempitivi, come il “che” all’inizio di frase, che lei non capiva cosa fosse, e continuava a tradurlo “which” creandosi delle inutili complicazioni.

Fatta eccezione per una traduzione di Beckett  non ci pare tu abbia mai scritto usando il dialetto anche se chi ha le tue stesse origini tuttavia percepisce sempre in tanti personaggi delle tue storie un background “dialettale”. Credi possa avere ancora senso scrivere in dialetto?

In dialetto si può ancora scrivere in poesia, o, come ha dimostrato Baldini, anche per il teatro, ma di certo non ce ne si può servire per la prosa. A parte la limitatezza che ogni dialetto ha di farsi intendere, c’è il fatto che è di difficile lettura. Noi siamo abituati ai suoni del nostro dialetto, ma non a vederli trascritti tipograficamente, per cui non riconosciamo di colpo le parole. E un racconto, un romanzo, non possono reggersi su una lingua non riconoscibile. Poi c’è il fatto che il dialetto è una lingua concreta, priva di parole astratte e totalmente inadatta alla riflessione o all’esposizione di concetti. Con il suo solito grande acume, Baldini diceva: “In dialetto si può parlare con Dio, ma non si può parlare di Dio.” La cosa straordinaria, però, è che lui l’ha fatto. Cioè, non ha parlato di Dio, ma affidandosi a un io fittizio che parla senza essere del tutto consapevole di quello che dice, ha travalicato i limiti del dialetto per approdare a temi cosiddetti esistenziali (che in realtà aboliscono la retorica della psicologia esistenziale).

Nel numero 4 della rivista “L’accalappiacani” hai tradotto un racconto a fumetti della fine degli anni 20  di Elzie Crisler Segar (Bernice la gallina fischiona), dove per altro per la prima volta compare un personaggio che diverrà celeberrimo: Braccio di ferro. In quello stesso numero c’è anche un tuo bellissimo scritto sull’umorismo, dove dici che “è cio che non ha nessun bisogno di spiegazione. Ed è tipico dell’essere umano perchè va alla stessa velocità delle sinapsi che fioccano nel cervello e un mezzo secondo dopo non c’è più“. Nei tuoi racconti l’umorismo è quasi sempre presente. C’è qualche esperienza specifica del tuo percorso creativo che ti fa apprezzare particolarmente la comicità?

Il discorso sarebbe lungo, ma è un fatto che l’educazione scolastica penalizzi il comico a favore del tragico. E’ grande Leopardi, non Belli. E’ grande Foscolo, non Porta. La grande arte è tragica, ci dicono. Il comico può tutt’al più raggiungere il livello della farsa, della satira ecc. Mentre per me non c’è una distinzione così netta. Anzi, io spesso vedo le cose capovolte. Certi autori ritenuti seri mi sembrano comici, e altri considerati comici mi sembrano tragici.

Ci puoi dare qualche consiglio di lettura, oppure dirci cosa stai leggendo adesso?

Per andare sul sicuro, si può sempre tornare a Kafka, Beckett, Bernhard. Uno scrittore contemporaneo che secondo me è notevole è Cormac McCarthy. Consiglierei anche di riprendere in mano Narratori delle pianure di Gianni Celati.

che rapporto hai avuto con gli editori? E’ stato difficile pubblicare?

Io ho pubblicato i primi libri con Feltrinelli. Non ho mai avuto nessun problema con gli editori. Da Feltrinelli mi conoscevano già perché avevo tradotto due libri per loro e un mio racconto era stato inserito in un’antologia da loro pubblicata. Poi avevo anche un rapporto personale con Carlo Feltrinelli, il quale mi ha sempre manifestato la sua stima.

Infine, Insegni all’università di Budapest letteratura. Ti piace insegnare? e che autori proponi?

Quest’anno avevo cominciato insegnando un corso che s’intitolava “Il peggio della letteratura italiana”. Ma dopo qualche settimana ho visto che mi portava sfortuna e di tutti gli autori che fino a quel momento avevo parlato male ho incominciato a parlarne benissimo, e gli studenti sono rimasti un po’ disorientati. In genere però leggo e faccio leggere autori dei giorni nostri per vedere che tipo di lingua adottano.

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6 risposte a Una intervista a Daniele Benati

  1. Pingback: Paolo Nori » Un’intervista

  2. Lucky ha detto:

    Daniele Benati è veramente un grande scrittore!

  3. Barbara Castiglioni ha detto:

    La definizione di umorismo data da Benati è assolutamente splendida e in sintonia completa con quanto accade di solito alle mie sinapsi…..

  4. sally ha detto:

    Io direi che è un grande e non solo scrittore

  5. annusca campani ha detto:

    Daniele Benati è straordinario quando legge, anche quando legge testi suoi, che diventano come scritti ad alta voce. L’incontro dunque di Benati con Baldini non me lo perderò.

  6. Alberto Manfredini ha detto:

    sono il Gaucho ho lavorato con Daniele in alcune cose teatrali,devo dire che mi ha sicuramente insegnato qualcosa,penso anche di aver insegnato qualcosa pure io a lui. Farò in modo di esserci all’incontro alla Rosta nuova su Raffaello Baldini ciao

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