QUESTA SERA (GIOVEDI’ 22 MARZO 2012) GIUSEPPE ZIRONI E HANNES BINDER A LIBRI AD ALTA VOCE

Questa sera grande appuntamento a Libri ad alta voce

GIUSEPPE ZIRONI

in

LIGABUE il mio nome non ha importanza



Con la straordinaria partecipazione

dell’ideatore e illustratore

HANNES BINDER


musica di


VIOLETTA ZIRONI

GIOVEDI’ 22 Marzo 2012

ore 21.00

CENTRO SOCIALE ROSTA NUOVA

Via Medaglie d’oro della resistenza, Reggio Emilia


GIUSEPPE ZIRONI leggerà dei brani dallo splendido volume uscito nel 2011 per la casa editrice zoolibri “LIGABUE. IL MIO NOME NON HA IMPORTANZA”, scritto dallo stesso Zironi, ideato e magistralmente illustrato da Hannes Binder, che sarà presente per l’occasione. Il romanzo, che trae fedelmente origine dalla vita del pittore Antonio Ligabue, narra l’epopea di un artista sempre in bilico tra genio e follia, La dedizione di una intera vita all’arte, alla pittura come concetto di sopravvivenza.
VIOLETTA ZIRONI curerà l’accompagnamento musicale.

“Toni è considerato strano: nessuno lo capisce. Non è fatto per la scuola, arriva solo alla terza elementare: meglio l’Istituto Evangelico per ragazzi ritardati di Marbarch. Laggiù impara ad allevare gli animali e a contare sino a venti, ma guarda da lontano i suoi compagni che giocano a palla.
Forse ha fatto a botte e lo escludono per vendetta, o forse crede di non esserne capace…”


GIUSEPPE ZIRONI

Vive e lavora a Reggio Emilia, dove è nato 51 anni fa.Ha scritto e disegnato storie per il settimanale Topolino e scritto sceneggiature televisive per Rai e Mediaset.E’ il coautore della serie di romanzi per ragazzi MILKI, edita da Baldini & Castoldi Editore. Come filmmaker indipendente ho ottenuto alcuni riconoscimenti internazionali con il cortometraggio La Fuga di Rosania (2008).

HANNES BINDER

Nasce nel 1947, studia alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, dal 1968 al 1971 lavora come grafico a Milano, quindi tre anni come illustratore ad Amburgo. Oggi vive e lavora come illustratore e pittore a Zurigo. La sua fama è dovuta anche alla maestria nella tecnica dello scraper e ai suoi fumetti polizieschi tratti dai romanzi di Friedrich Glauser. Ha ricevuti premi e riconoscimenti, tra cui il Prix Tintin BD 85. Il romanzo illustrato Die schwarzen Brüder ha ricevuto il premio Troisdorfer Bilderbuch, il premio “Luchs” e la selezione al “Premio Insula Romana”. È stato nominato all’Hans Christian Andersen Award nel 2008

VIOLETTA ZIRONI

Violetta ha 17 anni, è stata la protagonista del cortometraggio La Fuga di Rosania e per la sua interpretazione è stata premiata come miglior attrice al San Francisco Short Film Festival edizione 2008.
Canta accompagnandosi con la chitarra brani blues tradizionali, rock and roll e country. Il suo futuro è appena cominciato.

ZOOlibri è una casa editrice che nasce a Reggio Emilia nel 2001. Prende vita da idee ed esperienze accumulate nel corso degli ultimi 15 anni da un gruppo di lavoro impegnato in diversi settori (animazione, cultura, fumetto, grafica, illustrazione, lettura, lingue, scrittura, storia). ZOOlibri si occupa principalmente di produzioni editoriali per bambini e ragazzi.

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“La scrittura oltre il segno della penna”: Fabio Carapezza a Libri ad alta voce

Abbiamo intervistato Fabio Carapezza che sarà presente a Libri ad Alta Voce il  giovedì 2 febbraio venturo:

1. Leggendo l’ “Inconveniente di esistere” più che il “male di vivere” tout court credo che traspaia dai tuoi racconti una sorta iperrealismo a parole, l’impietoso ritratto verbale di un contemporaneo straniato nel quale i personaggi agiscono nell’assoluta crudezza, senza finzioni o fronzoli: quali sono le letture che ti hanno maggiormente influenzato ?

Certamente racconto storie i cui personaggi sono come mossi in senso meccanicistico da una volontà che sembra a loro estranea, la “volontà della vita” di farci agire e in un certo senso scegliere al di là del nostro personale libero arbitrio. Mi hanno sempre suggestionato le scritture crude, impattanti, che intendono lasciare il segno oltre il getto della penna, che graffino facendo meditare su se stessi e sul mondo. In fondo l’obiettivo di uno scrittore dovrebbe essere proprio questo. Mi riferisco per esempio a Cioran, Céline (il cui “Viaggio al termine della notte” è senz’altro fra le mie letture preferite).

2. Se una divinità implacabile ti si palesasse tra fuoco e fiamme e  ti imponesse di scegliere fra scrivere in poesia o in prosa, SENZA ALTERNATIVE O MEZZI TERMINI, cosa sceglieresti ?

In effetti sarebbe sul serio una divinità “troppo” implacabile, perché in certi periodi mi viene più istintivo scrivere in poesia, espressione di stati interni che lascio il più possibile libera dai filtri della razionalità. I testi poetici che compongono la performance poetica “L’essere e l’Essere -dialogo musical poetico fra il porcile e il cielo”, nata dalla collaborazione con il maestro Aldo Ferrari, intendono infatti lasciare il campo all’energia e al materiale magmatico dell’inconscio. Ciò non significa che non siano “meditati”, sono senz’altro meno soggetti alla pianificazione e all’intreccio che occorrono quando si intende scrivere un racconto o un romanzo.

E se bisogna rispondere a questa divinità implacabile le chiederei “Tu quale preferisci? Io farò il contrario…”.

3. (Questo è un po’ il mio chiodo fisso) C’è chi pensa che della letteratura italiana contemporanea ci sia poco o nulla da salvare, e neanche da leggere, tu cosa ne pensi ?

Non sono d’accordo circa il fatto che ci sia poco o nulla da salvare nella letteratura contemporanea. Certamente ci sono autori davvero validi dotati di stili molto diversi fra loro (citerò Carofiglio, la Murgia, Paolo Giordano, Varesi), così come è anche vero che nel mare magnum delle proposte scrittorie è spesso difficile orientarsi, o non lasciarsi condizionare dai grandi proclami che a volte sedicenti “autori” ottengono grazie al potere di marketing delle loro case editrici.

Occorre sempre leggere con gusto e interesse, e tanto.

(GT)

 

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Un intervista di Cinzia Ruozzi a Ivan Levrini che leggerà la sua ultima opera “semplici svolte del destino” a Libri ad Alta voce il 26 gennaio

Giovedì 26 gennaio alle ore 21.00 al centro sociale Rosta nuova di Reggio Emilia , per Libri Ad Alta Voce, Ivan Levrini Leggerà alcuni brani della sua recente opera “Semplici svolte del destino”, con la musica dal vivo dei Desamistade.

L’ingresso è come al solito gratuito.

IVAN LEVRINI durante una lettura dela sua ultima opera "Semplici svolte del destino".

 

Da un intervista di Cinzia Ruozzi a Ivan Levrini apparsa su http://www.griseldaonline.it portale di letteratura.

Semplici svolte del destino è una sorprendente raccolta di racconti, merce rara nella letteratura italiana contemporanea, dove domina incontrastato il romanzo. Non solo, ma in questi ultimi anni si è affermato un tipo di romanzo che sembra già costruito per la trasposizione cinematografica, con forti componenti visive, una struttura che sembra la sceneggiatura di un film e un uso del linguaggio estremamente semplificato. Al contrario nel tuo lavoro si vede la ricerca dell’esattezza, della precisione lessicale di cui parlava Calvino nelle Lezioni Americane. Ciò testimonia una fede nella scrittura e la ricerca di uno stile misurato. Perché hai scelto la forma breve del racconto e come hai lavorato sul registro stilistico della pagina?

In passato trattavo la lingua come un guardaroba da cui estrarre a seconda delle necessità: stile elegante se l’occasione lo richiedeva, una battutaccia per rompere il ghiaccio, una frase leggera per sdrammatizzare. Discorsi come camicie o pantaloni, che si scelgono in base alle circostanze. In certi casi è così che succede, ma la lingua è anche qualcosa di più vasto e profondo. Direi che la lingua è come uno strato di pelle: ci identifica separandoci dall’esterno e nel contempo ci mette in contatto con questo esterno. La lingua respira, vive, si tende e distende con noi, è parte di noi: curarsi della lingua è come curarsi di un organo sensoriale. E siccome impariamo a parlare dagli altri e con gli altri, non bisogna dimenticare che parole e discorsi non hanno niente a che fare con la proprietà privata. Insomma, o che la intendiamo come strato che avvolge l’individuo, o che la intendiamo come ambiente che accomuna e permette di condurre i giochi linguistici di cui parla Wittgenstein, in un caso o nell’altro viviamo nella lingua. Immaginiamo, conosciamo, ci divertiamo, ci consoliamo attraverso la lingua, perciò dire “fatti e non parole”, come se le parole non producessero fatti, ha poco senso.

Riguardo alla forma breve, la novella ha una lunga tradizione in Italia, che Gianni Celati ha analizzato mostrando perché il genere della novella permetta uno scatenamento immaginativo di grande efficacia. Ma a parte questo, io non credo di aver scelto niente. Quando inizio a scrivere, sono le frasi a produrre un effetto di trascinamento, frasi sentite nei racconti di qualcun altro o frasi che vengono in mente a me, ma chissà come. A volte è un nome proprio a guidarmi, o un soprannome. Poi subentra qualcosa di visivo, una scena che comincio a descrivere senza un’idea di dove andrò a parare. Può essere un racconto breve, come succede in alcune di queste storie. Ma possono anche essere testi con un andamento diverso, da racconto lungo, con una maggior quantità di personaggi, come succede nel racconto dal titolo Il  Gran Pino. Se poi il fiato narrativo mi spingesse più in là potrebbe venir fuor qualcosa di assimilabile al romanzo.

Per presentare il libro vorrei partire dal titolo, Semplici svolte del destino, perché mi sembra che nei tre termini che lo compongono sia racchiusa la tua poetica. “Semplice” è un aggettivo ormai desueto, una parola di altri tempi, “uomini semplici”, “vite semplici”. Oggi prevale l’esatto opposto, cioè “complesso”. Le tue sono storie che parlano dei casi della vita: c’è l’infanzia nel paesaggio della pianura padana, ci sono alcune figure memorabili come il nonno Carlomagno e lo zio Orlando, o luoghi dell’anima come il bar Stalingrado; c’è l’amore in tutta la sua infinita casistica: innamoramento giovanile, amore passione, amore senile, iniziazione sessuale da parte di un personaggio che ricorda la Marfisa di Fellini, ma anche la maga Alcina del Furioso. In questi racconti si parte dai semplici fatti della vita per arrivare a un significato universale che può appartenere a tutti. Si tratta di piccole storie che diventano metafora del mondo. Mi ha colpito il valore che attribuisci al dato quotidiano, che a mio avviso presuppone la capacità di sapersi fermare e guardare: facoltà che sempre Calvino definiva il pensare-immaginare. I tuoi racconti mi hanno anche ricordato certa narrativa russa, ad esempio Il cappotto di Gogol’.

Sul fatto di fermarsi a osservare, qualche tempo fa raccontavo a un’amica di quando il piccolo Kant, il futuro gigante del pensiero moderno, camminava in una strada di campagna tenendo per mano la madre, una donna non molto istruita ma di profonda sensibilità. Mentre camminavano lei gli insegnava a osservare quello che avevano attorno, ad apprezzare le meraviglie che si nascondevano dietro le cose più semplici. E Kant racconta che una volta lei si era fermata per fargli notare l’ordito di una ragnatela. Io m’immagino la scena: la madre che gli dice di avvicinarsi esortandolo ad ammirare la tela costruita per impulso naturale, e lui che guarda, e magari, guardando attentamente, scopre com’è fatta la ragnatela, ad esempio si accorge del suo andamento a spirale, e che le spire mantengono la stessa distanza l’una dall’altra. A me piace fare così, soffermarmi, e poi lasciar correre l’immaginazione per sentire quello che ho attorno in tutte le risonanze possibili. Cerco di non guardare con l’occhio frettoloso di chi, le cose, si limita a usarle. Che poi quello che abbiamo attorno sembra semplice ma racchiude la più grande complessità, basta pensare alla chiocciola, per rimanere all’idea di spirale, il cui guscio ha un andamento a spirale logaritmica, cioè si allarga mano a mano che si allontana dal centro, permettendo di ospitare l’aumento di massa corporea che la lumaca ha durante la crescita: il guscio è una specie di casa a geometria variabile, si allarga adattandosi alle modificazioni del suo abitante. Se invece il guscio crescesse al ritmo di una ragnatela, secondo una spirale ad andamento costante e non crescente, la lumaca ci scoppierebbe dentro.

Quanto al fatto che i miei racconti ti facciano venire in mente Gogol’, sono lusingato anche se so bene che una mia pagina non vale una sua riga. Eppure Gogol’ fa proprio così: da un episodio da poco ricava un valore universale, cerca lo straordinario che è racchiuso nell’ordinario.

Veniamo alla parola “Svolte”, un termine nel quale, da italianista, sento vibrare il pensiero umanistico-rinascimentale, nel senso che in quella straordinaria stagione di pensiero molte opere hanno al centro la dignità dell’uomo e il valore del libero arbitrio. I tuoi personaggi sono costantemente posti di fronte a dei bivi che il destino (terzo termine del titolo)  mette loro davanti. Destino inteso in senso laico, come caso, fortuna. Essi devono “scegliere”, se così si può dire, davanti alla sorte, e scegliendo di “svoltare” da una parte o dall’altra vanno incontro al loro destino. Non so quanto consapevolmente, ma in questa raccolta ci sono molti riferimenti all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto che è materia della nostra terra.

Tocchi dei temi delicati: il libero arbitrio, la scelta, e poi il destino. Temi che imbarazzano perché hanno una lunga tradizione, in filosofia. Io però direi così, che nella vita quotidiana molti aspetti appaiono come dovuti a un destino, il quale può essere benevolo o cieco, se non addirittura cinico e baro, quando ci frega mandando in frantumi i castelli che costruiamo per aria. C’è un detto popolare in uso dalle nostre parti: ha lavorato così tanto, poveretto! Poi s’è fatto la casa ed è morto. Un destino? Qualcuno potrebbe pensare che esista una logica, o addirittura una provvidenza. Altri parlerebbero di casualità. Anche per un narratore è difficile sfuggire ai discorsi sui massimi sistemi; lo stesso Gadda diceva che la Poetica è un capitolo dell’Etica, e che questa deriva dalla Metafisica. Comunque, direi che anche per me è finita l’epoca in cui si credeva a un fine universale, ad esempio teologico, o razionale, o storico. Però, di fronte a ciò che comunemente chiamiamo destino, bisognerebbe ispirarsi agli stoici, soprattutto quando è avverso, cioè fare tutto quello che è nelle nostre possibilità senza dare importanza al resto. Un atteggiamento che permette di non soffrire per il crollo delle illusioni. Alcuni dei miei personaggi sembrano ispirarsi a questo principio, anche se naturalmente non sono nati in funzione di un principio. Non credo che debba essere un principio a generare un personaggio.

Per venire ai riferimenti all’Orlando Furioso, me li fai notare tu, ma non sono stupito perché si tratta di un’opera che ho letto e studiato per un anno intero, quando facevo il militare; forse anche perché mi permetteva di evadere dagli spazi angusti della caserma. Era come il guscio stretto della lumaca.

Nel racconto Il sordastro, il personaggio principale, dopo il vano inseguimento di una donna, si convince che il mondo è un miraggio dove ognuno vede quello che vuole. E’ la stessa tensione-desiderante che muove i personaggi del Furioso a inseguire qualcuno nella selva, che altri non è se non la proiezione del proprio desiderio. In un altro racconto, Il Gran Pino, il personaggio dello zio Orlando rappresenta l’eroe che sa accettare le svolte del destino rimettendosi sempre in piedi, “come un gladiatore”, e da lui cerca aiuto il giovane innamorato dopo aver perso la sua Angelica, e con lei il senno. Ancora nel primo racconto, Ferramenta, viene contemplata la possibilità di sbagliare. Si tratta di errori che non sono mai irrimediabili, e quello che accade non è elemento di giudizio o di condanna. Anche questo mi è piaciuto, cioè il tuo messaggio di libertà: per i tuoi personaggi fare esperienza ha un valore positivo, l’errare rappresenta il movimento errabondo del pensiero e della vita, e nella sua doppia accezione semantica, anche la possibilità dell’errore. Inoltre ho letto in una tua intervista che il titolo è ispirato a una canzone di Bob Dylan, ma vorrei sapere perché lo hai scelto?

Quando ho iniziato a ascoltare Bob Dylan, da ragazzo, ero interessato alle canzoni come insieme di melodia, ritmo e arrangiamenti, mi piaceva la sua voce sporca, raschiata, mi piacevano i temi che toccava, ma non davo particolare attenzione ai testi. Invece col tempo ho imparato ad apprezzare proprio questo, l’aspetto testuale. Le sue canzoni contengono una forza visionaria che a volte prende una strada più poetica, altre volte imbocca una via più narrativa, e il titolo della canzone Simple Twist of Fate esprime bene qualcosa che è racchiuso in tutti i racconti del mio libro.

Quanto al resto, ai personaggi che si muovono per effetto di una tensione desiderante, direi che senza una spinta di natura emotiva si rischia la paralisi. Hai presente l’asino di Buridano? Aveva due mucchi di paglia esattamente uguali, posti alla stessa distanza, e pur avendo fame non sapeva decidersi. Non aveva una buona ragione per scegliere. E siccome credeva che per agire fosse necessaria una motivazione razionale, alla fine è morto di fame: un asino un po’ troppo filosofico. Ma la vita non va così. Siamo mossi da un impulso, desideriamo cose e persone, soprattutto essere riconosciuti dagli altri. Anche le neuroscienze sono giunte alla conclusione che la nostra capacità di calcolo, quella che contraddistingue la facoltà razionale e ha sede nella corteccia, non è per niente dominante nella vita dell’uomo. Con tutto l’affetto che ho per lui, direi che Cartesio se ne sta in un angolino rosso di vergogna mentre Shakespeare se la ride. Ormai è chiaro che siamo in tutto e per tutto animali come gli altri, altro che res cogitans. La ragione umana svolge un ruolo ancillare nei confronti del cervello emotivo, e questo non consente di salire in orgoglio. Quello che dico può contrastare con l’ammirazione per gli stoici, ma con un po’ di sforzo – e di esercizio, direbbe Epitteto – si evita il contrasto.

Riguardo al giudizio e alla condanna nei confronti dell’errore, a me piace poco giudicare, m’imbarazza, proprio perché do un valore positivo all’errore. Senza errori e senza fallimenti non si procede. In questo l’umanesimo ha molto da insegnare, da Erasmo a Montaigne.

Ci sono altri aspetti interessanti in questa raccolta. Ad esempio fai ricorso a personaggi o situazioni di tipo fantastico, c’è una qualità dell’immaginazione che si discosta da molti dei romanzi di fantasy che sono sul mercato, dove il fantastico ha a che fare con qualcosa di torbido, di mostruoso, di orrorifico, come se la fantasia fosse una zona d’ombra della psiche, sentita come minacciosa per l’equilibrio razionale. Invece in alcuni dei tuoi racconti sembra non esista una netta distinzione tra il mondo così com’è realmente e il mondo immaginato. Penso ad esempio al contadino di Pieve Rossa che scopre le porte dell’Inferno sotto il suo podere, oppure all’uomo del cappello che lancia un pallone che sale in cielo come un bolide senza seguire la legge di gravità. Per te che hai una formazione filosofica qual è il rapporto tra realtà e immaginazione?

E’ difficile tracciare una netta linea di confine, anzi impossibile, per varie ragioni. Icaro, il figlio di Dedalo, quello che vola con le ali di piume incollate, è un prodotto dell’immaginazione, ma certi spericolati che volano col deltaplano non sono personaggi immaginari. Direi che l’immaginazione ha sempre avuto il compito di elaborare una sorta di potenziamento della realtà, produce una realtà di secondo grado, e il corso del tempo s’incarica di scegliere cosa realizzare. Ad esempio Madame Bovary, al tempo di Flaubert, poteva essere solo un’immagine letteraria, ma in poco più di un secolo le Madame Bovary le incontriamo al supermercato che spingono il carrello della spesa. Un’altra ragione che rende difficile tracciare un confine netto è spiegato da Schopenhauer, quando dice che non si conosce tanto un sole quanto un occhio che vede il sole. Qui è racchiuso qualcosa d’importante per il narratore. Come uscire da sé? Come immedesimarsi con qualcosa d’altro e vedere le cose diversamente dalle proprie abitudini? Si può raccontare il mondo alla maniera in cui lo vede una mosca? Kafka c’è andato vicino raccontando che un bel giorno un tipo s’è svegliato e non era più quello di prima, era diventato uno scarafaggio. Il filosofo Thomas Nagel in un saggio dal titolo Che effetto fa essere un pipistrello? conclude che un essere umano non può scambiarsi di posto col pipistrello; figurarsi lo scarafaggio, che nella filogenesi è ancora più lontano dall’uomo. Nagel si basa su buone ragioni. I pipistrelli dispongono di un ecogoniometro, percepiscono il mondo emettendo brevi strida ad alta frequenza e i loro cervelli sono in grado di connettere gli impulsi emessi al riflesso dell’eco, così l’informazione ricevuta consente di elaborare giudizi precisi su distanza, forma, movimento e struttura del mondo; giudizi compatibili con quelli che noi ci facciamo attraverso la vista. Ma l’ecogoniometro di un pipistrello, anche se è uno strumento di percezione, non è simile a nessuno dei nostri sensi, dunque, dice Nagel, è impossibile mettersi nei panni di un pipistrello. Eppure la prospettiva di un narratore dovrebbe essere proprio questa: mettersi nei panni di un altro, anche un marziano, ad esempio. Usare l’immaginazione in questo modo non porta a effetti orrorifici, che semmai rispondono allo scopo di eccitare. Ad esempio, una certa cinematografia, per colpire lo spettatore, lo prende a pugni in faccia, e anche molta narrativa gronda sangue non per ragioni intrinseche a una storia. Che poi, tra l’altro, bisognerebbe sapere cosa succede quando si prende un pugno in faccia: si rimane storditi, e non è che si veda il mondo in modo diverso, non si vede più niente.

Ne parli come se ne avessi avuto esperienza.

Da ragazzi, negli anni Sessanta, era normale prenderle e darle. Non era neanche una cattiva esperienza. Prendere un pugno in faccia serviva a imparare cosa si prova quando si fa del male. Secondo me insegna a non infierire sugli altri, per lo meno a non colpire in modo gratuito, come sembra accadere spesso, almeno stando a molti fatti di cronaca. Se uno sapesse bene cosa succede quando si patisce una ferita, sarebbe meno incline alla violenza.

Un’altra caratteristica del tuo modo di raccontare è che utilizzi una tecnica a incastro, per cui come in Ariosto una storia si infila dentro l’altra. Spesso avviene perché qualcuno si mette a raccontare una vicenda ascoltata che gli torna in mente per qualche strano collegamento. Ad esempio i racconti delle zie che nel Gran Pino favoleggiano del lontano fratello Orlando, o Artibano, che in Relazioni internazionali racconta della calata dei tedeschi che venivano in villeggiatura sulla Riviera romagnola. Questo proliferare di voci e di storie mi fa pensare alla tradizione orale della nostra cultura contadina.

Ecco, questo è un tipico aspetto della novella. Devo richiamare di nuovo Gianni Celati: succede normalmente quando si è in un gruppo di amici. Uno racconta una storia che ne fa venire in mente chissà quante, poi un altro inizia a raccontare la sua, anche brevi aneddoti, per ridere, e si va avanti così, senza neanche rendersi conto del tempo che passa. E’ il tranquillo conversare senza fretta, senza gerarchie, senza paure. La novella italiana contiene tutto questo. Anche l’Orlando Furioso è pieno di narrazioni che si interpongono lungo il poema, rendendo difficile individuare la narrazione principale, considerate le tante storie che si accavallano. Questo modo di raccontare l’ho visto in uso quando ero bambino. Andavo a casa di certi nostri parenti mezzadri, cioè contadini poveri, e a tavola era tutto un fiorire di storie. Me n’è tornata in mente una mentre leggevo l’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, la sua Guida agli animali fantastici, perché anche gli animali sono appassionati di vino. Angiòlo, uno di questi miei parenti, diceva che una volta era andato in cantina a prendere una bottiglia di malvasia e nell’allungare la mano al buio si era ritrovato a stringere un collo di bottiglia più spesso del solito, più tenero, che per di più si muoveva. Poi ha acceso la luce e ha trovato una biscia che aveva ancora la testa dentro la bottiglia. Angiòlo giurava di averle tappate tutte a modo, le bottiglie di malvasia, tappi di sughero conficcati fino in fondo, perciò era sicuro che la biscia era riuscita a stapparne una da sola. Ma come? Era vero oppure Angiòlo doveva nascondere che ci andava lui in cantina, a bere di nascosto dalla moglie, che gli dava del vagabondo ubriacone? E quante altre stranezze verrebbero in mente. Una sera ho trovato la porta del bagno di casa mia chiusa a chiave, con la chiave dentro, e dentro non c’era nessuno. Ho perfino dei testimoni.

Nella raccolta è presente anche il lato comico, in tutte le sue forme: il rovesciamento, l’esagerazione, il realismo della corporeità, col risultato che la lettura è molto divertente, quando non decisamente esilarante. Perché hai cercato di costruire personaggi e situazioni comiche?  

Qui devo dichiarare la mia filiazione. Uno viene tirato su non soltanto dal padre e dalla madre, ma anche da un ambiente. Ci sono gli amici, spesso c’è un allenatore, anche un bottegaio o un meccanico, e poi certi maestri che si ammirano. Degli altri, quelli che si disprezzano, per fortuna ci si dimentica presto, come ho fatto io con la mia maestra. Poi si è figli delle letture che si fanno. Ecco, da un lato io sono cresciuto in un ambiente famigliare pieno di problemi, ma dall’altro ho imparato fin da ragazzo ad apprezzare il modo comico di guardare i lati dolorosi della vita. Aiuta molto, e forse è un tratto distintivo del nostro carattere emiliano, ammesso che esista una cosa come lo spirito di una popolazione. Non è un caso che da noi siano saltati fuori autori come Zavattini o Malerba, o Baldini, anche se romagnolo; e un po’ più in là è nato Volponi. E per rimanere a scrittori di oggi, ho avuto la fortuna di conoscerne alcuni con cui ho poi fatto amicizia e dai quali ho imparato molto, un po’ come succede quando si va a bottega da un artigiano. Ad esempio Daniele Benati, poi Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati, tutti inclini al gusto del divagare, e capaci di vedere il mondo dal basso, cosa che favorisce il senso comico.

Nel libro c’è una voce narrante che tiene insieme le storie, una specie di filo conduttore, così che alla fine più che di una raccolta di racconti si può parlare di un romanzo in forma di racconti. Cosa ne pensi?

Secondo me, se c’è qualcosa che tiene insieme i racconti, questo qualcosa è la voce narrante. Nietzsche ha parlato del terzo orecchio; sarebbe quell’orecchio che riesce a sentire la musicalità, il ritmo di una frase, una specie di orecchio interiore. E’ difficile da dire. Capita di leggere delle frasi che sono perfette, un’opera di equilibrio. Togliere o aggiungere le manderebbe in frantumi. Ma in cosa consiste la perfezione? Nella correttezza sintattica? Nella ricchezza di contenuto? Queste sono categorie scolastiche che non permettono di affinare l’orecchio. Forse si potrebbe dire che sta nella moltiplicazione degli effetti di senso che la forma produce, e qui dovremmo tornare a parlare dell’immaginazione, perché è lì che si moltiplicano gli effetti di senso prodotti dalla forma. Eppure anche dir così è deludente. Comunque, questo terzo orecchio lo si affina con un esercizio artigianale di paziente ascolto, ma prima occorre liberarsi dalla lingua scolastica, quella che serve a prendere un bel voto. E’ normale che la si debba imparare, e in effetti torna utile a scrivere un curriculum, una relazione, o una tesi di laurea; ma è una non-lingua, o meglio un linguaggio settoriale con un valore strumentale, che ha il difetto di azzerare l’immaginazione. Abitua a gettare un’occhiata più che a guardare. Questa lingua scolastica è stata una dura conquista, per me, e non è stato facile superarla. Ma l’idea che per scrivere bisogna fare il bel componimento porta fuori strada.

Nei tuoi testi un autore che viene citato più volte è Franz Kafka. Ne parla un personaggio che di mestiere fa l’insegnante e legge in classe uno dei racconti più belli di Kafka, Il digiunatore; ne parla un altro personaggio che rivela di aver visitato la casa dello scrittore a Praga; e in modo implicito, nel racconto Relazioni internazionali, l’affinità tra il narratore e lo scrittore emerge in riferimento al difficile rapporto col padre. Quanto è stato importante per te Kafka e quali altri scrittori classici riconosci come maestri?

Ogni due tre anni rileggo Il Castello. Non riuscirei a dire quante volte ho letto Il processo. Spesso apro a caso le lettere di Kafka. Lo stesso vale per i suoi diari. Kafka è gigantesco. Riesce in quello che dicevo prima, cioè vede il mondo, anche il suo lato più tragico, da una prospettiva rasoterra, nella luce del comico. Un altro autore che non smetto di leggere è Thomas Bernahard, nel quale il senso ritmico della frase raggiunge una perfezione assoluta, a volte scrive frasi lunghe più di una pagina, senza punto di sospensione, che però si seguono senza fatica perché sembrano delle scale musicali. Poi, oltre agli autori che ho già citato prima, anche Tolstoj lo rileggo spesso, e Padre Sergio è davvero esemplare, per me.

Per concludere l’intervista vorrei farti un’ultima domanda. I tuoi personaggi hanno in comune una caratteristica: posti di fronte alle “svolte” della vita scelgono la via del cuore, della passione, per esempio nel primo e nell’ultimo racconto, due storie che per la loro collocazione rappresentano una sorta di ideale parabola. Il protagonista del primo segue la vocazione al lavoro manuale, buttando a mare soldi e moglie, e l’altro insegue un sentimento anarchico di libertà, andando in esilio per una bravata alla Guareschi. Ti riconosci in questi personaggi, se si può chiedere?

Sì, un po’ mi riconosco, ma loro sono più coraggiosi di me, hanno la forza di andare fino in fondo senza paura delle conseguenze. Hanno il coraggio di perdere i loro piccoli vantaggi lasciandosi andare al bisogno di una coerenza interna. Non riescono a vivere nel falso, e con falso non intendo qualcosa di oggettivamente falso, ma qualcosa che è sentito come falso. Se uno ha coscienza del fatto che sta ingannando se stesso, ad esempio la propria vocazione, cadrà poi nel rimpianto, ed è un brutto modo di vivere. Per tornare agli stoici, conviene fare tutto quello che si può, e se le cose vanno male non prendersela né con se stessi né con gli altri. Secondo me capita a tutti di trovarsi davanti a situazioni come quelle dei miei personaggi. Tempo fa mi era stato offerto un lavoro con prospettiva di carriera e molti soldi. Ero giovane, attirava, ma in cambio avrei dovuto cedere parecchio del mio tempo, tanto di quel tempo che alla fine m’è sembrato troppo, e così ho lasciato perdere. Devo ammettere che all’epoca ero un patito di quel librino sulla brevità della vita dove Seneca ammonisce a non lamentarsi della scarsità del tempo: non è il tempo che ci manca ma la capacità di usarlo bene. Per la verità ho poi scoperto che il tempo in effetti scarseggia, e che per apprezzarne il valore bisogna passare attraverso l’esperienza della penuria. Comunque il tempo non andrebbe mai sciupato. E poi all’epoca ero già attirato dal piacere di abbandonarmi alle fantasticazioni, un lusso che non ha prezzo. Da lì in poi ho fatto lavori più incerti o scalcinati, ma non ho rimpianti. E adesso che ci penso, i miei amici hanno tutti in comune questo modo di orientarsi nella vita.

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Daniele Benati Intervista Ivan Levrini

Dal Blog “Questo è Quel Mondo” (http://questoequelmondo.wordpress.com) della rivista letteraria “Zibaldoni” (www.zibaldoni.it)

In ascolto del destino – DANIELE BENATI intervista IVAN LEVRINI, autore di “Semplici svolte del destino” (QuiEdit, 2011)

D. B. Hai scritto un libro di racconti. Come mai, visto che gli editori non li vogliono?
I. L. Intanto non ho mai pensato di scrivere seguendo un genere preciso, sarei troppo indisciplinato anche solo per un tentativo, e poi, costretto a rispettare certe regole, mi sentirei in prigione. Più che altro ho seguito il bisogno di inventare delle storie che mi piacessero e di scriverle in una lingua adeguata ai personaggi e alle situazioni che pian piano venivano fuori. Quanto alla scelta degli editori di sbarazzarsi del racconto sarebbe meglio che andassero a vedere il genere in cui è grande la nostra letteratura, che secondo me è proprio la novella. Se oggi le cose stanno come dici tu mi dispiace. In altri paesi il racconto continua a essere amato. In Italia è vero che si scrivono romanzi e che il mercato li vuole, però mi sembra che in molti casi i romanzi degli scrittori italiani siano un po’ copiati.

D. B. Ma copiati da chi?
I. L. Non penso a un autore in particolare, però molti sanno di roba già letta, di situazioni prese in prestito da altre culture. Prendiamo ad esempio il successo del giallo. Altrove è una produzione robusta, che ha una sua tradizione, ma qui da noi ha qualcosa di orecchiato.

D. B. Veniamo al tuo libro. S’intitola Semplici svolte del destino e fa pensare che gli argomenti dei racconti abbiano a che fare con la vita. Io ci vedo due temi che hai trattato principalmente: uno è il tema dell’iniziazione, ad esempio quella amorosa, e l’altro è il rapporto di coppia, che non sempre sembra la migliore soluzione per l’essere umano.
I. L. In effetti la vita secondo me non smette mai di essere un apprendistato. A vent’anni non l’avevo capito e credevo che si potesse asserire qualcosa in modo perentorio, affermare questo e quello senza stare a perdere troppo tempo per imparare. Poi sono arrivati gli insuccessi, così a forza di problemi ho capito che si è sempre un po’ alle corde, e per venirne fuori non c’è altra via che affidarsi agli altri, quelli che si meritano fiducia. E vorrei anche dire che in genere sono proprio quelli che non si atteggiano a maestri. Quindi nella mente ho chiara la situazione dell’apprendista, una situazione aurorale dove tutto è possibile, dove c’è una grande apertura. Le cose mi sembrano molto più interessanti all’inizio e al tramonto. Per quanto riguarda il rapporto di coppia credo che nei miei racconti emerga una situazione di agonismo. Non so se sia così anche per gli altri, ma io ho l’impressione che nelle coppie sia inevitabile lo scontro perché da tutte e due le parti si avanzano sempre delle pretese, troppe pretese, e l’alternativa è semplice: o soccombi o lotti per sopravvivere. Non credo a un’armonia a buon mercato.

D. B. L’ultimo racconto è il più bello del libro, secondo me, e vorrei sapere da dove viene.
I. L. È un racconto dove anzitutto confluiscono delle voci, un coro di voci anche dissonanti che io sentivo quando ero piccolo, e che su di me hanno prodotto un’immaginazione mitica: ad esempio le speranze che avevano i comunisti di migliorare il mondo e la paura degli altri che temevano il loro miglioramento comunista, speranze e paure che io ho conosciuto bene negli ambienti che frequentavo. Poi nel racconto c’è l’ammirazione per uno zio che nonostante sia rimasto in lontananza, visto che l’ho frequentato pochissimo, per me è sempre stato un esempio di come si possa reggere ai duri colpi della vita. Insomma c’è uno sfondo di storie a cui sono legato, vengono da un mondo ormai scomparso che però ha una forte carica affettiva, per me. Forse si capisce anche da altri racconti, ad esempio quello che ha per titolo Carlomagno.

D. B. Tu hai una formazione filosofica. Che difficoltà hai incontrato a scrivere narrativa?
I. L. Io ho sempre avuto la tendenza a spiegarmi la filosofia con delle immagini. Devo vedere per capire. Ma ai piani alti della filosofia i concetti sono figurativamente meno visibili, e può darsi che mi sia venuto l’impulso a scrivere proprio per assecondare una naturale attitudine immaginativa. Le difficoltà sono state due: liberarsi da una lingua scolastica, e liberarsi dall’introspezione.

D. B. Dici una cosa che non viene percepita dal lettore comune, il quale di solito ammira l’introspezione; mentre anch’io penso che l’introspezione sia una grande pacchianeria, la cosa più facile da scrivere. Quello che è difficile per chi scrive è l’esteriorità. Come hai fatto a risolvere questo problema, se l’hai avuto?
I. L. L’introspezione è un aspetto inevitabile della vita quotidiana, è prezioso per sbrogliare certe situazioni complicate, permette di fare dei passi indietro che poi spesso sono dei passi avanti. Ma nello scrivere l’interiorità deve rimanere sullo sfondo, e funzionare come un motore immobile, tanto per usare una celebre figura filosofica. L’aspetto psicologico genera il movimento narrativo ma l’interesse va alle cose che succedono. La difficoltà è qui, far succedere qualcosa. È come la bellezza del cielo notturno: sta nelle costellazioni visibili, non nelle leggi che regolano i moti planetari. Certamente anche il principio di gravitazione universale ha una sua bellezza, ma è di altro tipo.

D. B. Ci sono degli scrittori che hai letto con ammirazione, che ti hanno fatto prendere una certa strada? So che è sempre un po’ n arci sistico citare altri scrittori come fonte, ma chi ti piace.
I. L. È n arci sistico perché si ha la tendenza a farsi una propria parentela e a considerarsi eredi di qualcuno. Ce ne sono parecchi che si fanno “l’albero genialogico”, come dice Baldini in Carta canta, a proposito di scrittori che mi piacciono. Fare dei nomi è quasi un orgasmo. Chi viene intervistato pensa di assimilarsi a dei modelli riusciti: se cito quello scrittore lascio intendere che sono un po’ come lui. Ma è un errore. Intanto non è detto che gli altri ti riconoscano, e poi ognuno deve trovare una voce, un tono musicale. Io sono rimasto incagliato a lungo su questo problema della voce: scrivevo ma era come se parlassi imitando un altro. A parte il fastidio, succedeva che quello che avevo da dire non usciva bene. Detto questo, degli italiani mi piacciono Malerba, Celati e Cavazzoni. Ho letto molto i russi, e poi ho avuto e continuo ad avere una mania per Thomas Bernhard, che è la più bella esperienza di lettura che si possa fare. Quando sono giù di corda apro un suo libro a caso, e a leggere anche solo una pagina ci scappa la risata.

D. B. Il tuo libro ha il titolo di una canzone di Bob Dylan. È importate per te la musica? Cosa ascolti?
I. L. Secondo me la musica aiuta a trovare un senso ritmico. Nella poesia è più scontato che ci debba essere questo senso ritmico, ma nella narrativa lo è meno. Bisogna distinguere fra il ritmo che lo scrittore fa vivere nel testo, e l’effetto di coesione tra frase e frase che chiunque può produrre quando vuole farsi capire dagli altri. In questo secondo caso non c’è bisogno di nessun ritmo particolare, l’importante è che le frasi abbiano un senso acquisito, riconoscibile. Ma quando si scrive è diverso. Io penso che il ritmo abbia a che fare con gli usi espressivi della lingua, con la potenza racchiusa nella sua oralità, quando la lingua è usata per esprimere una forte carica emotiva. E per avvicinarsi a questo ritmo bisogna liberarsi almeno un po’ dalle regole grammaticali. Pascoli parlava di ritmo nativo, quello che veniva dalla lingua che lui ascoltava da bambino. Per tornare alla musica, quando scrivo ascolto Bach, che non è l’ultimo arrivato. Invece delle volte sono capace di partire in macchina solo per ascoltare Van Morrison, e quando sento And the Healing has begun mi viene una carica che dura per delle ore.

D. B. Vorrei tornare di nuovo sul perché hai voluto scrivere della narrativa, visto che la tua radice era un’altra.
I. L. Col tempo mi sono sempre più convinto che siamo racchiusi dentro il linguaggio, è lì che conduciamo gran parte della nostra vita. Io però da bambino non mi trovavo a mio agio in questo abito: mia madre parlava male l’italiano perché aveva in mente il francese e mio padre parlava male l’italiano perché aveva in mente il dialetto. Anch’io parlavo male l’italiano, per forza, e a scuola non facevano che rinfacciarmelo. La scuola può essere la rovina dell’essere umano, ma mi fermo subito perché altrimenti prendo una deviazione che non finisce più. Dunque, la filosofia è una cosa complicata, ha una sua lingua, e io l’ho voluta imparare per farmi un po’ di chiarezza attorno. Forse ho reagito alla confusione che mi circondava da bambino. Poi ho sentito il bisogno di una lingua diversa, che dovevo imparare per raccontare le storie che man mano hanno preso consistenza emergendo da questa confusione. È un processo che va avanti ancora adesso, non si impara mai fino in fondo: questo è il lato positivo della faccenda. Quello che uno fa è solo un movimento per imparare qualcosa. Perciò bisogna stare sempre in ascolto, e giudicare poco.

D. B. Le idee che hanno generato i racconti vengono da esperienze autobiografiche oppure le hai inventate? Ad esempio è successo veramente che alla vigilia dell’invasione di Praga tu fossi con una ragazza cecoslovacca sulla Riviera adriatica?
I. L. Beh, nel 1968 avevo solo dieci anni e non ero tanto precoce. Però ero veramente sulla Riviera adriatica, questo sì. In un certo senso potrei dire di aver condensato nel racconto delle cose successe a degli altri, cose che avendole sentite raccontare sono diventate mie. Secondo me succede spesso così, anche nella vita di tutti i giorni. Qualcosa succede a un altro, magari la leggiamo sul giornale, e per qualche momento è come se fosse successa a noi. Certi scienziati di Parma hanno anche spiegato il perché, dipende da certi fenomeni che accadono nel cervello, e non è nemmeno una prerogativa umana, capita anche ai babbuini. Ma più che altro vorrei risponderti con le parole di un filosofo tedesco: ciò che di personale c’è nei miei scritti è falso, diceva. Ecco, secondo me c’è un gran cumulo di credenze che andrebbero rimosse intorno all’idea di individuo. Nei secoli ha fatto comodo questa idea, serviva a controllare la vita degli altri, ma più passa il tempo più mi convinco che quando uno parla ci sono centinaia di altri che parlano dentro di lui; quando uno pensa, pensa coi pensieri degli altri. E tanto per appoggiarmi a un altro filosofo, uno che disprezzava in tutto e per tutto il filosofo che dicevo prima, questo secondo filosofo era convinto che l’io fosse una dannazione. Da qualche parte ho poi letto che Satana si annida nell’anima individuale, ma lasciamo perdere queste cose.

D. B. Per la verità anche Franz Kafka pensava cose del genere. E tu lo citi direttamente nei tuoi racconti. È stato importante anche per te?
I. L. È un grandissimo scrittore che io leggo e rileggo, e vorrei anche sapere perché l’hanno associato a qualcosa di triste. Secondo me fa ridere, altro che triste. E per concludere il discorso di prima, direi che l’io è un povero stupido che cerca la garanzia di essere qualcos’altro, ma rimane sempre quello che è. Naturalmente, a proposito di io, resta il fatto che io sono poi contento di aver fatto questo libro. Anch’io sono soggetto alla mia dannazione. In questo libro ci sono delle situazioni e delle cose immaginate che hanno fatto parte di me proprio come individuo, e adesso sono riuscito a metterle lì fuori, visibili anche per gli altri, a chi interressa. Questo però non toglie nulla al discorso di prima, cioè che un individuo non sia qualcosa da dare troppo per scontato. E adesso che siamo in chiusura mi scuso se sono sembrato un po’ troppo vanaglorioso nel dire certe cose.

Giovedì 26 gennaio alle ore 21.00 al centro sociale Rosta nuova di Reggio Emilia , per Libri Ad Alta Voce, Ivan Levrini Leggerà alcuni brani della sua recente opera “Semplici svolte del destino”, con la musica dal vivo dei Desamistade.

L’ingresso è come al solito gratuito.

Ivan Levrini durante una pubblica lettura della sua opera "semplici svolte del destino"

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IVAN LEVRINI LEGGE “SEMPLICI SVOLTE DEL DESTINO” CON LA MUSICA DEI DESAMISTADE

Giovedì 26 gennaio alle ore 21.00 al centro sociale Rosta nuova di Reggio Emilia, continua la rassegna di LIBRI AD ALTA VOCE.

Ivan Levrini legge ” Semplici svolte del destino”, la sua ultima pubblicazione, una sorprendente raccolta di racconti, merce rara nella letteratura italiana contemporanea, dove domina incontrastato il romanzo.

Sono storie che parlano dei casi della vita: c’è l’infanzia nel paesaggio della pianura padana, ci sono alcune figure memorabili come il nonno Carlomagno e lo zio Orlando, o luoghi dell’anima come il bar Stalingrado; c’è l’amore in tutta la sua infinita casistica: innamoramento giovanile, amore passione, amore senile, iniziazione sessuale da parte di un personaggio che ricorda la Marfisa di Fellini, ma anche la maga Alcina del Furioso. In questi racconti si parte dai semplici fatti della vita per arrivare a un significato universale che può appartenere a tutti. Si tratta di piccole storie che diventano metafora del mondo.

Accompagneranno il reading con la loro musica i Desamistade

I Desamistade al teatro De Andrè di Casalgrande

 

 

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“L’editoria ? Come il mercato discografico”. Intervista a Mario Giorgi

MARIO GIORGI (Bologna 1956), con il suo romanzo d’esordio, Codice (Bollati Boringhieri), vince il prestigioso premio Italo Calvino, segnalandosi per lo stile nuovo e avverso al banale.
La sua scrittura riesce ad abbinare una suspense degna dei thriller più avvincenti a una riflessione profonda sui dissidi intimi dell’animo umano. 

Lo abbiamo intervistato per la rassegna “Libri ad alta voce” dove sarà presente giovedì 15 dicembre con Alter E – Storia di un fagiano in un reading a due voci con l’attrice Stefania Carnevali.
Come la vedi l’editoria italiana contemporanea, fra giganti editoriali, print on demand e piccole case editrici che stentano nel businnes ma pubblicano opere di grande qualità? Oppure, giro la domanda, c’è modo di pubblicare opere di qualità senza lasciarsi stritolare dai best seller ed educare il pubblico ad un gusto che vada oltre Bruno vespa e Giorgio faletti?

Nel mondo dei libri è in corso una radicale trasformazione che pare avere numerose analogie con quello che è accaduto nel mondo discografico. Il che – come tutti possono constatare – facilita enormemente la “pubblicazione” ma rende assai più complicata la selezione, il discernimento (per qualità, per gusti personali etc.). L’editore (che filtra, sceglie e propone) perde rapidamente autorevolezza e le alternative (tribù, sette e santoni in Rete) lo sostituiscono solo in parte. Istituzioni o associazioni come Rosta Nuova sono preziose per bilanciare l’inerzia che sospinge operatori e lettori, in maniera più brutale e sfacciata che in passato, verso titoli di facile commercializzazione. Credo che le stesse istituzioni/associazioni nonché i nuovi editori (vedi l’esempio di :duepunti) svolgeranno sempre più quella funzione di rapporto personale e confidenziale con il lettore che, fino a non molti anni fa, era appannaggio dei librai.

Una volta ho sentito uno scrittore – di cui non faccio il nome –, durante la presentazione di un suo libro  dire con pomposa boria che lui la letteratura italiana contemporanea non la legge proprio, e mentre lo diceva aveva sulla faccia l’espressione di uno che gli hanno fatto masticare dei calzini usati. Adesso sta rileggendo i grandi classici russi e francesi, figurati. Ma la cosa che mi ha impressionato è stata l’acquiescenza degli astanti di fronte a tale affermazione.

Fa proprio così schifo il nostro panorama letterario contemporaneo? Ci sono facce nuove in giro che hanno un qualche milligrammo di originalità?

Ci sono parecchi TQ, ma anche un discreto manipolo di VT… A prescindere dall’anagrafe, mi vengono in mente alcuni nomi: Edoardo Albinati, Andrea Bajani, Marosia Castaldi, Ermanno Cavazzoni, Giuseppe Genna, Michele Mari, Antonio Moresco, Giulio Mozzi, Letizia Muratori, Laura Pugno, Dario Voltolini… Questi e altri non solo sanno scrivere, ma hanno quella “personalità” nel tono, nel mettere le parole una dietro l’altra, che contraddistingue ogni genuino scrittore. Il gradimento, be’… il gradimento non è automatico e men che meno dovuto. Certo: le generalizzazioni hanno un che di grossolano. Forse bisognerebbe resistere alla tentazione di genericizzare e/o di raggruppare (letteratura italiana, francese, russa, latinoamericana, anglosassone, giovane, contemporanea, noir etc.) e prendere le opere ognuna per sé, per quello che sono. In fondo, anche i grandi del passato hanno scritto opere eccellenti e altre meno riuscite, alcune addirittura malriuscite. I pregiudizi? Sono pre-giudizi e tali rimangono.

Grazie

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VINCENZO LATRONICO a LIBRI AD ALTA VOCE con la musica di MARCO BORTESI

Questa sera, Giovedì 10 novembre 2011, alle 21, Libri ad Alta voce presenta al centro sociale Rosta Nuova di Reggio Emilia Vincenzo Latronico, giovane autore Romano che leggerà brani dalla sua ultima opera, La cospirazione delle colombe. Lo accompagna Marco Bortesi al basso. L’ingresso è gratuito.

Vincenzo Latronico nasce a Roma (1984), vive a Berlino, ed attualmente a Milano, dove si laurea in Filosofia all’Università degli studi di Milano con Paolo Valore (tesi riguardo gli argomenti ontologici a sostegno dell’esistenza di Dio) iniziando, e poi lasciando, un dottorato in filosofia. Fra le altre cose, ha tradotto opere di P. G. Wodehouse, Hanif Kureishi (con Ivan Cotroneo), Markus Miessen, Maxence Fermine, Seth Price,Daniel Spoerri, a.a.ammons, Max Beerbohm e Rudolf Carnap (con Renato Pettoello).
Nel 2008 pubblica il romanzo d’esordio Ginnastica e Rivoluzione (Bompiani), cui segue La cospirazione delle colombe (Bompiani 2011).
Sempre per Bompiani ha pubblicato, nel giugno 2009, un testo teatrale: Linee guida sulla ferocia, con Rosella Postorino e Chiara Valerio. In inglese ha pubblicato i libri Remedies to the absence of Reiner Ruthenbeck (Archive Books, 2011) (tradotto anche in tedesco ed italiano) e Criticism as fiction? (Kailedoscope press, 2011).
Ha condotto per un anno una rubrica satirica su Radio Onda d’Urto, Mai più soli, ispirata da Kurt Vonnegut. Ha curato una sezione letteraria nell’edizione 2010 di Artissima, e un seminario permanente sull’autofiction nello spazio milanese di Kaleidoscope. Ha scritto di arte su Domus, Kaleidoscope, Flash Art e frieze.
Suoi racconti ed interventi sono stati scritti per la Rivista italiana di filosofia analitica junior, Fondazione Novecento, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, Agenzia X, Io Donna, Il primo amore, Nazione indiana, il Manifesto.

Marco Bortesi nel “89 entra a far parte dei “C.C.C.P. fedeli alla linea” . Terminata l’esperienza, con Danilo Fatur fonda i Fatur & Fax con i quali incide un disco e va in tournè. Dopo una breve parentesi con Viola Valentino, entra a far parte della band di Paolo Belli con il quale rimane fino al “98. Fa tantissimi concerti tra cui il I° maggio a Roma, festa di RDS a Palermo e capodanno in p.zza del Popolo a Roma con Renato Zero . Tante anche le apparizioni televisive da Aria Fresca con Carlo Conti al Roxy Bar di Red Ronnie, Help con Paola Maugeri, Rai con varie manifestazioni. partecipa anche al circo di Paolo Rossi, in veste di musicista. Ha collaborato in studio con Neja (produzione Alex Bagnoli per Universal). Nel 2007 fa parte del progetto Eureka, ideato da Luciano Gaetani (ex Modena City Ramblers) un viaggio virtuale attraverso tutta l’europa in chiave etnica . Ha frequentato il Conservatorio A. Boito di Parma e vari master jazz. Insegna basso da circa 25 anni. Ha lavorato in tanti studi per artisti più o meno noti. Dalla primavera 2008 suona con Mietta. Nel novembre 2009 insieme a Lucio Boiardi Serri e Alberto Paderni apre il Blue Beet Studio nel quale si occupa di produzioni.

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